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È uno dei santi
più invocati contro le pestilenze, ma non dei meglio conosciuti. La leggenda
si è impadronita di lui come di tante altre grandi figure del medio evo. Secondo
gli studi più recenti egli è nato a Montpellier (Francia), allora della
diocesi di Maguelonne (Linguadoca), forse tra il 1345 e il 1377, cioè nel
periodo in cui i papi avevano trasferito la loro sede ad Avignone (1309-1377); tra
l'Inghilterra e la Francia ardeva la guerra dei Cent'anni (1337-1453); nello Stato
Pontificio, dopo l'utopistico sogno dell'ingegnoso tribuno Cola di Rienzo (+1345)
di rifare di Roma il caput mundi, l'avveduto ed energico cardinale spagnolo Egidio
Albornoz (+1364), era riuscito con speciali costituzioni a restaurare l'autorità
papale su tutti i possedimenti della Chiesa.
Giovanni Rog, console di Montpellier, ebbe il figlio dalla moglie Libera, già
avanzata negli anni, dopo ferventi preghiere nel santuario della Madonna delle Tavole.
Rocco crebbe nella pietà e nell'amore ai poveri. Tra i quindici e i vent'anni
rimase orfano. Prima di morire, il padre gli aveva raccomandato di servire costantemente
il Signore; di usare piamente dell'eredità; di frequentare quei luoghi in
cui ci fossero malati da consolare e soccorrere; di essere misericordioso verso i
poveri, le vedove e gli orfani. Ai piedi della Vergine, da buon terziario francescano,
Rocco concepì un disegno ancora più evangelico: vendere le sue sostanze
e distribuirle a chi ne aveva bisogno.
Libero dalle ricchezze che l'opprimevano, dai parenti che lo consideravano un pazzo,
volle andare in pellegrinaggio a Roma, la città santa che con le sue memorie
apostoliche attirava fin dalla Scandinavia migliaia di romei penitenti e oranti,
bramosi di ottenere con le indulgenze la remissione delle pene dovute ai loro peccati.
Lungo il percorso i santuari costituirono per Rocco le soste obbligate, desideroso
com'era di ascoltare la Messa e fare la comunione. Di giorno camminava a piedi mendicando
il pane del pellegrino, protetto da un cappello di feltro a tesa rialzata davanti,
un lungo mantello agganciato al collo e ornato di conchiglie, una tonaca rossa stretta
alla vita con una cinghia. Di notte, armato di un lungo bastone reggente una zucca
vuota, con un sacco di tela ad armacollo, batteva alle porte degli ospizi eretti
proprio per i pellegrini stanchi e polverosi alle porte delle città. Da Genova
la via per Roma portò Rocco in Toscana. Non è improbabile che a Siena
abbia ammirato l'amore di S. Caterina (+ 1380) per i poveri e i malati, e sia rimasto
edificato della vita del B. Giovanni Colombini (+1367), banchiere ed ex-gonfaloniere
della città, fondatore dei gesuati.
Ad Acquapendente (Viterbo) Rocco trovò la gente che fuggiva esclamando, pazza
di terrore: "La peste, la peste!". "Se tutti fuggono, si domandò
il giovane pellegrino, chi assisterà gli appestati?". E, mosso dalla
grazia di Dio, volle trasformarsi in infermiere e consolatore dei morenti. Il morbo,
così frequente in quei tempi in cui l'igiene era trascurata e la profilassi
ancora bambina, si manifestava con un bubbone paonazzo sulle anche o sotto le ascelle.
L'appestato veniva assalito subito da una febbre ardente che gli cagionava una sete
inestinguibile, stringimento di gola, vomito e spasimi atroci. La sua pelle diventava
nera ed emetteva un fetore intollerabile. Infine, il colpito dal morbo spirava tra
strane e indescrivibili convulsioni. Per le città colpite non si sentiva più
un rintocco di campana, né il padre rimaneva a piangere il figlio, né
lo sposo la sposa, né il fratello la sorella, convinti com'erano tutti che
la terribile malattia potesse comunicarsi anche solo con l'alito. I cadaveri, seppelliti
senza alcuna cerimonia e solennità, sovente venivano dissotterrati dai cani
e fatti a brani per le vie. Soltanto qualche cittadino generoso, pochi magistrati
intrepidi, restavano per un senso dì dovere e di carità ad aiutare
i sacerdoti e i religiosi pronti a dare anche la vita per la salvezza di tutti.
Rocco negli ospedali e nelle case non temette di esporre la sua giovinezza per amore
dei fratelli, confortato dalle parole evangeliche che sovente meditava: "Quanto
faceste a uno di questi miei fratelli, i più piccoli, lo faceste a me"
(Mt. 25, 40). Dio ricompensò la sua sviscerata carità con il dono delle
guarigioni. È tradizione che il santo, tracciando sulla fronte dell'appestato
il segno della croce mettesse in fuga il demonio della peste con la preghiera: "Dio
ti distrugga fin dalle radici, ti strappi, ti faccia emigrare dalla casa che possiedi
e ti cancelli dalla terra dei viventi in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo. Amen". A coloro che guariva, raccomandava: Tate penitenza, perché
i peccati sono la causa delle malattie e dei castighi di Dio".
Appena Rocco si accorse che gli abitanti di Acquapendente volevano dargli una dimostrazione
di gratitudine per le cure prestate agli appestati, uscì nascostamente dalla
città e riprese il suo pellegrinaggio. Strada facendo seppe che a Cesena (Forlì),
al di là dell'Appennino, la peste infieriva mortalmente. Allungò allora
il passo per giungere nel minor tempo possibile a curare i sofferenti, confortare
i piangenti, rassicurare i timidi, ammansire gl'iracondi, disporre agli ultimi sacramenti
i moribondi, infondere fiducia ai superstiti. Neppure di notte Rocco interruppe il
suo lavoro. Sembrò che il contagio fuggisse dinanzi a lui perché in
pochi giorni la peste fu vinta. Scoppiata nella vicina Rimini, dominata dai Malatesta,
Rocco non esitò un istante ad accorrervi. Vide le grandi fosse del cimitero
rigurgitare di cadaveri immersi nella calce viva; i medici impotenti a debellare
il contagio; poche donne pietose chine sulle ulcere di misericordia corporale e spirituale
portando l'abito e la croce della Fratellanza Trinitaria. Poi se ne ripartì
segretamente com'era arrivato, dopo aver recitato il Credo sulla tomba di S. Pietro
e baciato l'arena del Colosseo. Pregando e mendicando in spirito di penitenza di
porta in porta il vitto quotidiano, rifece la strada già percorsa fino a Rimini,
dove imboccò la via Emilia per raggiungere Piacenza, dove infuriava la peste.
Un ospedale sorgeva vicino alla chiesa della Madonna del Parto. Rocco vi si stabilì
per far giungere a tutti il soffio vivificatore della sua carità, penetrare
nella capanne dei contadini, nei tuguri dei poveri, nei covili degli accattoni e
sanare i sofferenti con il segno di croce in fronte.
È tradizione che il santo abbia offerto a Dio la vita per ottenere a Piacenza
la liberazione dalla peste nera. La sua preghiera fu esaudita. Colpito dal male,
per non essere di peso a nessuno, un giorno si rifugiò in aperta campagna.
Nella capanna che si costruì fu scoperto dal cane di un cacciatore, il nobile
Gottardo Pallastrelli, signore del vicino castello di Sarmato. Il cane gli divenne
subito tanto amico che ogni giorno gli portò un pane da lui addentato, nel
momento più propizio, sulla mensa del ricco padrone. Questi un giorno si accorse
del gesto del suo cane, lo seguì nel bosco e con sua grande meraviglia costatò
che la Provvidenza se ne serviva per sfamare il taumaturgo. Alle esortazioni di Rocco,
Gottardo rinunciò alla sua vita egoista e fastosa per abbracciare la povertà
e vivere in solitudine.
Un giorno, dopo tanto patire, spinto forse dal desiderio di ritornare in patria,
Rocco domandò insistentemente al Signore la guarigione del suo male. Un angelo
gli apparve e gli disse: "Dio ha esaudito la tua preghiera. Ora ritorna in patria,
ove subirai un'altra prova per amore di Dio, poi verrai in paradiso". Il cardinale
di Angera gli aveva affidato una segreta missione. Recandovisi, passò per
Novara colpita dalla peste. Vi si trattenne a curare i malati e quando giunse a destinazione
fu arrestato come spia e gettato in una tetra prigione nella quale mori dopo cinque
anni. Il nome del pellegrino sarebbe stato trovato scritto a lettere d'oro da un
angelo sopra una tavoletta posta accanto al suo corpo. Secondo un'altra tradizione
Rocco avrebbe raggiunto la sua patria, e come spia sarebbe stato condannato al carcere
nel quale mori.
Non consta che S. Rocco sia stato canonizzato, benché Sisto V avesse in animo
di farlo. Urbano VIII concesse nel 1629 per le chiese erette in suo onore un po'ovunque
l'ufficio e la messa propri. In Italia il culto di questo santo protettore degli
appestati prese uno straordinario sviluppo nella seconda metà del secolo XV
in occasione di violente pestilenze. Nel 1485 le sue reliquie furono misteriosamente
traslate a Venezia dove, nel secolo XVI, sorsero la chiesa e la sontuosa scuola di
S. Rocco famosa per i vigorosi quadri del Tintoretto.
Glorioso S. Rocco, che
per la vostra generosità nel consacrarvi al servizio degli appestati e per
le vostre continue orazioni vedeste cessare la pestilenza e guarirne tutti gli infetti
in Acquapendente, in Cesena, in Roma, in Piacenza, in Montpellier, in tutte le città
della Francia e dell'Italia da voi percorse, ottenete a noi tutti la grazia di essere
per la vostra intercessione costantemente preservati da un flagello così spaventoso
e così desolante.
Gloria.
Glorioso S. Rocco, che colpito da morbo pestilenziale nell'atto di servire ad altri
infermi, e, posto da Dio alla prova de' più spasmodici dolori, domandaste
ed otteneste di essere posto lungo la strada, indi da quella scacciato, fuori della
città vi ricoveraste in povera capanna, ove da un Angelo vennero risanare
le vostre piaghe e da un cane pietoso ristorata la vostra fame, recandovi ogni giorno
un pane tolto alla mensa del suo padrone, Gottardo, ottenete a noi tutti la grazia
di soffrire con inalterabile rassegnazione le infermità, le tribolazioni,
le disgrazie tutte di questa vita, aspettando sempre dal cielo il necessario soccorso.
Gloria.
Con approvazione ecclesiastica